Aperto a cura dell’Associazione italo-svizzera per gli scavi di Piuro presso la sacrestia della chiesa di Sant’Abbondio, il Museo degli scavi di Piuro ha lo scopo di conservare, esporre e valorizzare molti dei reperti ritrovati durante le campagne di scavo archeologico.
Non tutti i ritrovamenti, però, sono oggi esposti nel museo!
Le monete e altri oggetti molto preziosi, per esempio, dal 2024 si trovano in una sala dedicata presso il Palazzo Vertemate.
Gli oggetti che appartenevano all’antica chiesa parrocchiale di San Cassiano vennero alla luce due anni dopo la frana e sono tuttora conservati presso il Tesoro della chiesa di Prosto, e al Museo del Tesoro della collegiata di San Lorenzo di Chiavenna.
Unico edificio sopravvissuto alla frana del 1618, il Palazzo Vertemate Franchi è una villa rinascimentale nel cuore delle Alpi: l’architettura esterna, dalle linee eleganti e sobrie, non fa trasparire la ricchezza delle decorazioni e degli arredi degli spazi interni, tre piani interamente affrescati da artisti ignoti che si sono ispirati alle storie narrate nelle Metamorfosi da Ovidio; a completamento dell’opera, arredi originali e soffitti in legno scolpito.
Palazzo Vertemate non comprende però solamente la villa principale. La cappelletta dedicata all’Incoronata, la peschiera, il frutteto, il vigneto e il castagneto e una serie di pertinenze, tra cui la “sala dei balli”, il torchio, la ghiacciaia e altri rustici, rendono Palazzo Vertemate – di fatto – un sistema autosufficiente. Tra tali architetture vi è pure l’antica ghiacciaia: al piano al di sopra di tale spazio è ora allestita la sezione dei ritrovamenti degli scavi archeologici che comprende le monete rinvenute nel 1988 e altri manufatti preziosi, come l’anello scoperto nel 2024.
I primissimi scavi alla ricerca dell’antica Piuro furono condotti poco dopo l’avvento della frana: il commissario grigione di Chiavenna Fortunat Sprecher coordinò immediatamente le ricerche di persone, ma si trovarono solo cadaveri. Otto giorni dopo, otto squadre di otto uomini ciascuna iniziarono gli scavi per il recupero degli oggetti e di quanto potesse ancora essere salvato. Nel marzo successivo alla tragedia era impegnato nello scavo un centinaio di persone. I reperti ritrovati ritornavano ai legittimi eredi, previo riscatto.
Seguirono poi nel tempo varie attività di scavo, volte però esclusivamente al recupero di oggetti di valore e alla ricerca delle antiche campane. Sono poi testimoniati, nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento, vari rinvenimenti, più o meno casuali.
Le campagne scientifiche di scavo archeologico hanno avuto inizio negli anni sessanta dello scorso secolo con la nascita dell’Associazione italo-svizzera per gli scavi di Piuro.
Durante le ricerche del 1963 e del 1966, realizzate grazie al contributo finanziario del Fondo nazionale svizzero per la promozione delle ricerche scientifiche, venne indagato un luogo che era stato sede di mulini e botteghe per la lavorazione della pietra ollare: per questo sono stati trovati moltissimi oggetti legati a tale pratica (pentole, scarti di lavorazione detti ‘botón’, ecc.), ma anche frammenti di terrecotte e strumenti metallici di uso quotidiano.
Nel 1963, sotto la direzione scientifica di Hugo Schneider, vicedirettore del Museo nazionale svizzero di Zurigo, si svolse l’attività di scavo in un’area di oltre un chilometro quadrato che portò al rinvenimento di monete, spade, schioppi, stoviglie e vari oggetti in pietra ollare.
Fu riportato alla luce anche un tratto di strada, largo tre metri e mezzo, che scendeva verso il vecchio letto del fiume Mera; sull’acciottolato furono ritrovati quattro scheletri umani, uno dei quali è ricomposto nel Museo degli scavi nell’atteggiamento di proteggersi dalla frana.
Nell’estate del 1966, dopo una perizia geologica di Hans Lüthy, l’Associazione promosse una seconda campagna di scavi sotto la direzione di Kurt D. Zaugg, coadiuvato da T. Caflisch per le indagini geologiche e dal maestro Luciano Giacometti per la direzione tecnica, con la supervisione dell’Università di Berna.
Gli oggetti rinvenuti in queste campagne si trovano ora presso il Museo degli scavi, mentre l’area è visitabile liberamente.
Una campagna di scavi ebbe inizio quasi casualmente nel 1988, quando, durante lavori di arginatura del fiume Mera, si trovarono oggetti antichi, e fra questi 131 monete, di cui 8 d’oro e provenienti da ogni parte d’Europa. Grazie all’impegno dell’amministrazione comunale vennero intrapresi dei veri e propri scavi archeologici, che portarono alla luce condutture idrauliche in pietra ollare per una lunghezza totale di cinquanta metri (ora presso il Museo degli scavi di Piuro e in parte installati e operativi nell’area di Belfort), coperte di libri in pelle e altri oggetti in oro e argento, ora presso la sala dedicata a Palazzo Vertemate.
L’area di scavo era di circa 20 metri di lunghezza per 2 e mezzo di larghezza a una profondità di circa tre metri rispetto al livello dell’alveo e di cinque rispetto al livello del terreno.
Quest’area scavi è stata chiusa a conclusione dei lavori.
Oggi è il luogo cuore delle attività dell’Associazione italo-svizzera per gli scavi di Piuro, ma fino al 2005 si trattava di un’area quasi sconosciuta: solo allora sono iniziati lavori di pulizia dalla vegetazione attorno a quello che sembravano solamente dei ruderi di un edificio risalente all’epoca precedente la rovina, che, trovandosi all’estremità orientale del borgo, non è andato distrutto.
Dalle numerose stampe d’epoca, dalla tela seicentesca conservata a palazzo Vertemate Franchi di Piuro e dai numerosi rinvenimenti degli ultimi quindici anni di campagne archeologiche, si può ipotizzare che si tratti di un grande palazzo appartenente alla famiglia Vertemate. L’edificio molto probabilmente non venne direttamente coinvolto dalla frana, ma venne compromesso dallo spostamento d’aria prodotto dal disastro e dal successivo ampio ristagno di acque che ne obliterarono le cantine. Una parte della struttura sopra-terra venne invece continuamente e variamente utilizzata nei secoli successivi.
Dal 2015 la gestione degli scavi è in concessione all’Università di Verona, dipartimento di Archeologia, sotto la direzione del professor Fabio Saggioro.
È un’area di nuovo interesse archeologico adiacente al sito indagato negli anni Sessanta; il toponimo (mot del castel) faceva ipotizzare che si potesse trattare di una zona occupata fin dal passato.
Gli scavi che si stanno conducendo hanno in effetti messo in evidenza un’importante sequenza archeologica: i resti più antichi sono elementi di epoca antica, tra cui una moneta dell’imperatore Teodosio (379-395), mentre le prime tracce di vera e proprio occupazione del luogo sono una decina di sepolture databili ai primissimi secoli del Medioevo. A partire poi dall’VIII secolo compaiono le prime strutture che danno il via al primo sviluppo di un vero e proprio abitato: abitazioni in legno anche di 50/60 mq e un muraglione, che fa ipotizzare che questo non fosse solo un insediamento, ma un centro di gestione e produzione economica (di pietra ollare) legato al potere pubblico.
Gli scavi che si stanno svolgendo continuano a dare nuove risposte e delucidazioni sulla Piuro prima della frana e più in generale sul funzionamento di un abitato alpino nei secoli passati.
Un’opera d’arte contemporanea dell’artista locale Anna Lorenzini inserita all’interno di un edificio storico. Si tratta della cappella commemorativa inaugurata nel 2019 dopo l’intervento di restauro e riallestimento voluto dal Comune di Piuro e con la partecipazione dell’Associazione italo-svizzera per gli scavi di Piuro.
Fu costruita nel 1662 come abside di una chiesetta che Andrea Maraffio di Villa di Piuro (dal 1863 Villa di Chiavenna), d’intesa con emigrati piuraschi in vari Stati europei, intendeva erigere sulla Rovina, dove sorgeva il borgo di Piuro. Lo scopo era di ricordare i quasi mille abitanti sepolti il 4 settembre 1618 dalla frana scesa dal monte Conto a sud. Il Capitolo, cioè l’autorità religiosa locale, si oppose, mancando l’autorizzazione richiesta, per cui il proprietario dovette chiudere con una parete l’edificio iniziato e farne un magazzino. Anche se la costruzione non fu mai aperta come cappella, rimase un ricordo nel nome di questa località: “Ai capèli”. La sua storia emerse dagli archivi solo nel 1974 (cfr. Guido Scaramellini, Una cappella secentesca sull’antica Piuro, “Clavenna”, XIII, pp. 41-47).
Su quanto rimane del muro della parte demolita sono stati affissi riproduzioni degli elenchi delle persone decedute sotto la frana del 1618 stilati poco dopo il tragico evento.
Scoperto occasionalmente nel 2012 durante lavori di ripulitura dai rovi, si tratta di una costruzione rettangolare e pianeggiante che si inserisce nella zona ripida dei ronchi; è lunga circa 20 metri e larga 9. Le murature sono realizzate in sassi e malta di calce e nella parte interna sono emerse alcune lastre di pietra messe in verticale, che potrebbero indicare le delimitazioni degli spazi adibiti a fioriere o ad orto.
Il manufatto è stato paragonato a edificazioni analoghe presenti nella Bregaglia svizzera e note come “Hortus Conclusus della Val Bregaglia”. Solitamente, l’Hortus conclusus (orto recintato) è una costruzione di epoca medioevale, realizzata prevalentemente all’interno di monasteri e conventi; in Bregaglia, invece, era edificato in aderenza o a distanza di abitazioni nobiliari, ed era utilizzato per la coltivazione di piante e alberi alimentari e medicinali, per la coltura di fiori e ortaggi, ma anche come ambienti riservati alla meditazione e al riposo.
Testimone dell’antico borgo distrutto è il campanile della chiesa di Sant’Abbondio, edificio che non venne distrutto dalla frana del 1618, ma che fu coinvolto da numerose alluvioni del torrente Valle Drana a partire dal 1663 e poi definitivamente nel 1755. In seguito a questo fatto fu costruita la chiesa più a monte, consacrata nel 1763 e nelle cui sacrestie è oggi il Museo degli scavi di Piuro. L’Associazione italo- svizzera per gli scavi di Piuro nel 2008 ha voluto e finanziato i restauri, che hanno assicurato la stabilità della torre e del suo paramento.