BELFORT
PALAZZO BELFORT
Belfort o belum forte era il nucleo di palazzi posizionato più a est di Piuro. Dalle note storiche di descrizione della Rezia stese da Ulrich Campell in uno scritto del 1572 e da Giovanni Guler von Weineck nella sua “Raetia”, pubblicata a Zurigo due anni prima della rovina, si dice che “Bellumforte” fosse un insediamento fortificato posto nella gola della valle Bregaglia per i controlli dei commerci e dei transiti e dei pedaggi e che fosse andato distrutto da un’alluvione del fiume Mera nel VI o VIII sec.
Il Palazzo Belfort nel 1618 era di proprietà della facoltosa famiglia dei Vertemate che qui vi svolgeva attività di magazzinaggio e commercio di derrate che necessitano di conservazioni al fresco, ovvero nei crotti e nelle cantine che sottostavano ai grandi massi, che facevano anche da fondamenta al palazzo e al giardino rialzato.
In seguito al disastro, i Vertemate decisero di recuperare il pietrame di buona fattura da Belfort e portarlo al palazzo di Cortinaccio, dove venne usato per costruire la chiesetta dell’Incoronata; venne trasportato da qui anche il grande tavolo in pietra che è posizionato nel giardino a sinistra dell’entrata principale.
L'ACQUEDOTTO
Visitando oggi l’area archeologica di Belfort è importante soffermarsi su alcuni elementi che ne caratterizzano il sito.
Di fronte al complesso di edifici che costituiscono Belfort, a ridosso del pendio sopra il quale scorre la pista ciclabile, è possibile vedere la ricostruzione dell’acquedotto in pietra ollare (50 metri circa) ritrovato negli scavi del 1988. Il condotto doveva servire il più importante palazzo di Piuro del casato Vertemate Franchi; la pressione dell’acqua consentiva l’alimentazione delle fontane a zampillo per i giochi d’acqua riprodotte nel celebre dipinto conservato nel Palazzo di Cortinaccio. L’acquedotto è nuovamente funzionante ed è possibile attivare l’acqua tramite un rubinetto posto all’inizio del condotto.
LA GODENDA
La costruzione più a ovest (cioè verso l’abitato di Borgonuovo) del sito di Belfort è l’edificio oggi soprannominato “la Godenda”. Doveva trattarsi di un ambiente usato prevalentemente per attività di mattatoio/ macelleria durante la stagione fredda e a uso locanda- ristoro in altri periodi (per analogia con un edificio a Stampa del ‘500 che ha le stesse caratteristiche costruttive ed è certo avesse questi utilizzi).
Ne sono caratteristici il pavimento riquadrato in acciottolato al primo piano con i due camini e i fori di sollevamento che si trovano nella soletta della cantina, dove è pure un tombotto per lo scarico dei liquami.
I CROTTI
Proseguendo nella visita, nella parte bassa del sito, si passa davanti a due ingressi a vani sottostanti, ovvero i crotti– cantine, ciò che resta delle precedenti costruzioni andate distrutte dalle alluvioni che si sono susseguite nei decenni e nei secoli successivi alla frana. Non datati, ma sicuramente antichi, questi vani sono alimentati dal “sorel” del crotto principale limitrofo attraverso un cunicolo artificiale.
Oltrepassato l’accesso alla scala moderna che porta al piano sovrastante, ma rimanendo nella parte bassa del sito, si giunge a una specie di atrio con due grandi colonne in pietra. Queste danno accesso a due locali: a sinistra è una cantina con un soffitto con una volta a vela, e per terra delle travi in pietra che servivano per sorreggere delle botti; mentre andando diritti si scende in un crotto disposto su due livelli, nel più basso dei quali erano ospitati i dolia per la conservazione del vino.
Proseguendo verso est e risalendo un piccolo dislivello, si raggiunge l’ingresso del crotto principale, quello che ha il sorel più evidente e che tramite una finestrella alimenta il resto della dispensa del Palazzo. Il masso che sovrasta questo grande crotto ha una canaletta scavata che serve a raccogliere le acque piovane di dimensioni notevoli: è lunga 27 metri e ha una sezione che raggiunge in alcuni punti i 4 dm².
IL GIARDINO
Lo spazio principale del complesso di Belfort è certamente il grande giardino posto al di sopra dei locali descritti sopra. Appena saliti dalle scale moderne e guardando verso destra dove c’è il muro più alto di Belfort, si possono osservare alcuni dettagli realizzati lavorando ed incidendo un enorme masso: un camino, un pianerottolo e una rampa di scale che sale.
Nel giardino, invece, è ancora presente una nicchia, all’interno della quale – in origine – doveva probabilmente trovarsi la statua di una ninfa, così come era solito in luoghi simili; qui si può ancora osservare il muro del portone di ingresso del palazzo.
A fianco di Belfort, verso l’abitato di Borgonuovo, si trova il Palazzo della famiglia Bavele, distrutto e sepolto dalla frana del 1618 e che si trova ora in fase di scavo archeologico da parte dell’Università di Verona.























